Fattoria Tourette

martedì, 31 ottobre 2006

Il Campione

«Raccontami una storia di quando eri giovane.»
Gli occhi tondi del vecchio si strinsero, sorrise e incominciò.
«Ti racconterò la storia di un vero campione. Una storia di combattimenti all’ultimo sangue, avventure e lealtà.»
Il giovane non stava più nella pelle e si mise a saltellare per la gioia. Il vecchio attese. Fece calare un silenzio drammatico e poi disse.
«In quei tempi tutto era lecito. Era un’epoca di frontiera. Il pugilato, poi, era il campo prediletto di questo gioco al massacro. Una sfida in cui si mettevano alla prova le facoltà dei combattenti. Si combatteva a mani nude, anestetizzati dal contenuto d’intere bottiglie di whiskey. Gli incontri continuavano a oltranza e si disputavano in anelli di corda posati sul suolo polveroso. Di lì la parola “ring”, anello.»
«E perché poi è diventato quadrato?»
«Vallo a capire. Comunque, quadrato o tondo che sia, ricordo esattamente l’aria che si respirava. Terra, alcool e sudore. In quegli incontri all’ultimo sangue s’intravedeva ben poco della nobile arte che sarebbe diventata la boxe. Se non la vezzosa volontà del bizzarro. Ecco cosa c’era di nobile in quel periodo di barbare scazzottate: il morboso desiderio di sperimentare il grottesco.»
«Grottesco?»
    «Sì, il desiderio d’intrattenersi con il ridicolo, il bizzarro e lo stravagante era comune a nobili, marinai, dame e stallieri. E non aveva confini. Dall’Inghilterra alla Francia, da Marsiglia a Genova: ogni città di porto diventava un ring e ogni banchina una scommessa. Dalle navi sbarcavano, fianco a fianco, uomini duri e animali esotici e io, che ero lì,  ricordo con ansia quelle notti fra grida e bestemmie. Gallomachie, corse di topi, cani da combattimento, pugili contro savateur, orsi contro squali, tigri contro gorilla. Non c’era nessun limite e nessun decoro e, visto che il pane era poco, gli spettacoli dovevano abbondare.»
    «Come al Colosseo?»
     «Esatto, proprio come i gladiatori nell’Anfiteatro Flavio: completamente circondati dalla puzza di rabbia. Si sente a naso, sai? Io ricordo con nitidezza la prima notte in cui partecipai ad uno di quei tetri spettacoli. Lo sento ancora, quell’odore metallico che il sangue condivide con la paura.»
Parlando con le mani in grembo, dondolò dolcemente sui piedi. Il giovane l’osservò accarezzandogli il braccio. Con lo sguardo l’implorò di continuare. E il vecchio raccontò.

«Quella notte, una nave da carico battente bandiera australiana approdò nel porto di Genova. Le operazioni di scarico iniziarono verso le 2,30 di mattina. I camalli furono svelti e la stiva si svuotò in un attimo. Quegli uomini, tagliati dal sale e dalla tramontana, facevano una certa impressione. Facce di cuoio da veri marinai. Avevano fisici asciutti e nervi a fior di pelle, abituati com’erano a tendersi tra “terrazze” verticali e sartiame. Uno di loro, in particolare, aveva una fama eccezionale...»
    «Grande! Era un eroe?»
«Quasi. Quello scaricatore era alto e possente, ma con una grazia da ballerino di fila. Camallava da solo casse da due tonnellate e, camminando in bilico su una passerella di legno ondeggiante, le depositava sul molo. Una dopo l’altra, senza soluzione di continuità. Ricordo i suoi occhi… Nei suoi occhi solo fame e cattiveria.»
Il vecchio s’interruppe e il giovane lo tirò per un braccio per farlo ridestare da una memoria tanto vivida quanto lontana. 
«…i compagni, quella sera, decisero che il loro campione sarebbe stato lui. Aveva una grande responsabilità, capisci?»
Il giovane annuì assorto.
«Presero una gomena marcia d’acqua e tracciarono l’anello. Poi, in un inglese infarcito di dialetto iniziarono a contrattare con l’equipaggio australiano. Gli stranieri risero, si guardarono e, in breve, fecero la loro scelta. Iniziarono a girare banconote di tutti i tagli. Il camallo genovese attendeva nel ring. A torso nudo stirava i muscoli del collo e scioglieva le braccia. Senza timori guardò gli australiani posare nell’anello una cassa di legno forata. Lui, per tutta risposta, si bendò le mani, prese una golata di alcool e si asciugò la bocca con l’avambraccio. I suoi occhi castani rimasero immobili, già in trance agonistica. Di quei minuti di trambusto ricordo poco, solo il vociare dei marinai e lo sciabordio della risacca sul molo.»
    «E poi?»
«Poi un piede di porco aprì la cassa con fragore. Il lato frontale cadde snudando i chiodi arrugginiti. Il camallo si riscosse. E io finalmente vidi.»
    Gli occhi castani del vecchio corsero fino al quel giorno di molti anni fa. E si fermarono lì.
«All’interno della cassa s’intuiva una silouette ricurva. Poi piccole zampe anteriori tastarono la penombra fra l’ilarità generale. La figura contenuta nella gabbia avanzò. Quando videro uscire il busto, i genovesi schiamazzarono sguaiatamente. Il naso tagliente annusò l’aria tentennando. I camalli, piegati in due per le risate, s’interruppero solo quando la parte posteriore della figura uscì dalla gabbia. Di sicuro pensarono che Madre Natura doveva aver creato quella “cosa” in due giorni differenti, perché quel busto esile non aveva nulla a che spartire con le esplosive zampe posteriori.»
Il giovane ascoltò rapito. Il vecchio fece schioccare la lingua, si passò un braccio sulla faccia e proseguì.
«Uollabi, si capiva dalle parole degli australiani che, sbattendo i pugni al petto, lo aizzavano. E io sentivo rimbombare nella testa, quel nome. Uollabi! Uollabi! Uollabi! Poi l’incontro iniziò.»

«Gli avversari si studiarono per un po’. Il marinaio saltellava con le gambe a compasso e fù subito evidente a tutti che, nei suoi viaggi, aveva appreso le nozioni basilari della boxe. Girò in tondo, seguendo il perimetro del ring. Il suo avversario saltellò fino al centro del cerchio mostrando, in tutta la sua lunghezza, una coda tonda e muscolosa. Uollabi aveva paura e le orecchie giravano in tutte le direzioni. Il primo a rompere gli indugi fu l’uomo che, sapendo le regole del gioco, si fece sotto con un diretto sinistro d’avvicinamento che Uollabi incassò sulla spalla, proprio qui.»
Il giovane vide il vecchio toccarsi il braccio.
    «Uollabi era scioccato dal rumore, sentì crescere la paura dentro di se, ma non reagì. L’uomo incalzò. Sinistro, destro sinistro, Tutti sul muso. Bam, bam, bam. E questa volta la creatura  australiana accusò, rimanendo stordita.
    «Aveva già vinto?»
    «No, no. era ben lontano dall’aver messo ko il suo avversario. Si riprese subito, scuotendo la testa triangolare. L’uomo lo guardò e rimase stupito: si era beccato tre pugni sul muso e non aveva emesso nemmeno un guaito, ammesso che guaisse. Uollabi, per evitare lo scontro diretto, si diresse verso l’esterno del cerchio saltellando con le enormi leve posteriori. I marinai non lo fecero passare e, facendo cordone, lo spinsero all’interno del ring. Si girò proprio mentre il genovese gli assestava un gancio basso sul marsupio. Emise un flebile suono, impercettibile a chi non fosse lì, a due passi.
    «E tu come hai fatto a sentirlo?»
    «Beh, diciamo che ero molto vicino…»
    «Dai! Fico! E poi?»
    «Negli occhi dell’uomo passo l’ombra di uno scrupolo. Sentendo affondare le nocche nel morbido ventre dell’animale tentennò. Il pugno era penetrato nell’addome di Uollabi senza incontrare alcun tipo di ostacolo: né muscoli, né ossa. L’uomo, evidentemente, era meno duro di quanto mostrasse. Attese, chiedendosi se, con un solo colpo, potesse arrivare a qualche organo vitale.»
    «Vuoi dirmi che bastò un solo colpo al campione per vincere?»
«Tu credi?…Mmm…Ascolta. L’uomo attese e l’indecisione gli costò cara. Uollabi schizzò in avanti e, con le zampe anteriori, colpì il camallo in pieno volto. L’uomo sentì male e rivoli di sangue gli colarono lungo le guance.
In un incontro esiste un preciso momento in cui, anche se c’è un effettivo equilibro, le sorti si sbilanciano a favore di uno dei due contendenti. Un vero combattente, come imparai in seguito, continua a lottare anche quando sa che l’ago della bilancia sta per pendere dall’altra parte.»
«E quella volta? Dove andò l’ago della bilancia?»
    «lasciami raccontare, non avere fretta. Allora...Uollabi saltellava come una molla e l’uomo, con i suoi pensieri, lo seguiva girando. Il boxeur non sapeva come approcciare al corpo a corpo: qualsiasi finta andava a vuoto, contro un avversario così puro e reattivo! La frustrazione si dipinse sul volto affaticato dello scaricatore che attaccò senza teoria.»
    «Così, alla cieca?»
«Così.»
Il vecchio si mosse all’indietro e simulò una scherzosa carica a testa bassa. Poi ricominciò la narrazione, dondolando avanti e indietro.
«Sai cosa significa perdere un incontro di fronte alla propria gente? Cosa vuol dire andare al tappeto come campione e rialzarsi come perdente?»
I rotondi occhi castani diventarono lucidi, specchio di ricordi passati.
«E tu lo sai?»
«Certo, l’ho visto con questi miei occhi…e poi l’ho sentito sulla pelle.»
«E quell’uomo? Alla fine ha perso? Ma non era un campione super?»
«Lo era, ma ha avuto uno scrupolo. Si è bloccato per colpa di un microscopico moto di coscienza proprio mentre Uollabi si appoggiava sulla coda e, con le zampe posteriori, lo colpiva in pieno petto. Avere uno scrupolo. Un errore che gli costò caro. Perse conoscenza e si riebbe solo con i sali. Uollabi ritornò nella cassa saltellando. Dall’oscurità occhieggiò la folla per lunghi minuti. I debiti furono pagati e Genovesi e Australiani bevvero alla salute del nuovo campione.
L’uomo rimase a terra, nella polvere. Le mani sul volto, così.»

«Io uscii dall’oscurità e mi avvicinai. Lui alzò lo sguardo e vide il suo recente avversario che lo guardava. Si scostò spaventato. Appoggiai il naso sulla testa dell’uomo sconfitto.»

«In quel momento vidi gli occhi di un perdente da vicino e persi per sempre. Non ho mai più trovato un avversario che mi riservasse la dignità del dubbio e la cortesia degli scrupoli. Ho combattuto per molti anni ancora e spero che tu non lo debba mai fare, perché non ho più visto un uomo che sapesse perdere con la dignità di un campione.
Oggi sono vecchio e sto ancora cercando.

scritto da: JangoEd alle ore 10:34 | link | commenti (1)
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mercoledì, 12 luglio 2006

Sincretismo

Orvieto, 545 d.c.

Un campanello tintinna per le umide strade del centro del mondo conosciuto. Un giovane uomo sale fiero sulle mulattiere di ciottoli grigi. Il verde scuro dei monti l’accompagna e gli fa da sfondo. Il clima è mite e l’odore di leccio pungente. Al fianco dell’uomo, un piccolo suino striato trotterella allegro. Ha un campanello legato al collo e un orecchio tagliato. L’animale mette il suo piccolo grifo in giro, vivace, libero, curioso. Di stalla in casa, di casa in chiesa. Ovunque. L’uomo arriva in una piazza grigia e semicircolare animata da un mercato invernale ricco di becchi, pellami e colori cupi. Agli occhi degli abitanti, intenti a mercanteggiare il poco che hanno, potrebbe sembrare un viandante comune. Dovrebbe mimetizzarsi con un qualunque mendicante, ma, invece, attorno a lui, con velocità crescente, si raccolgono decine di persone. In breve, viene avvolto da una folla implorante. Molti escono dalle botteghe e accorrono al suo cospetto. Un vecchio norcino, grasso e curvo, porta un giovane porco ferito al cospetto del viandante. Sul volto del giovane viandante s’inarca un sopracciglio, ma subito la benevolenza trova spazio fra i lineamenti. Il giovane si china posa la mano sul dorso ispido del suino ansante che, improvvisamente, scatta in piedi e corre via, a zig zag grugnendo di gioia. Molti fanno eco al verso acuto del maiale gridando “Lu santu de lu purcelle, lu santu de lu purcelle!”

Il giovane sorride e carezza il pelo del suo piccolo verro con la punta del bastone. La folla davanti a lui è in tumulto. Poveri e ricchi si accalcano al suo cospetto con la speranza di essere guariti e benedetti da ogni male, da ogni sofferenza. Il giovane compie qualche passo indietro. La plebe e il contado sono i primi a seguirlo, incalzandolo. Alcuni si svestono e altri si sollevano le vesti mostrato piaghe pruriginose. “Fai lu miracolo, fai lu miracolo!”
Il giovane forestiero, divertito, guarda il suo piccolo suino tintinnante. Sorride nuovamente, questa volta di gusto, come se al divertimento fosse subentrata una moderata sorpresa. Non pronuncia verbo ma, con le mani giunte a triangolo si avvicina al primo ammalato che gli mostra una schiena gravida di pustole. Tutti tacciono. La calca si placa. Le dita del giovane uomo s’avvicinano alla schiena dell’infermo. Le dita tese. I palmi rivolti all’esterno. Al solo tocco, le pustole sulla schiena lentamente scoloriscono, le ferite si medicano e gran parte della grave infiammazione che copriva il busto del contadino scompaiono. Al suo posto, sulla mano del giovane mendicante, comprare una piccola fiammella. Il giovane si china e la porge al suo fedele compagno di viaggio che, senza troppi indugi, ci ficca il muso dentro, consumandola avidamente.

La folla grida al miracolo e la calca si fa pressante. I questuanti circondano il guaritore. Il cerchio si stringe, pulsante e vivo. Il giovane uomo distribuisce a piene mani i sui benefici tocchi, ma presto si sente sovrastato. Tutti lo tirano per le maniche, invocando il suo aiuto. Lo chiamano per nome. “Sant’Antonio Sant’Antonio! Facci lu miracolo!”

L’uomo disgiunge le mani e si ferma. Di colpo. Guarda l’ultimo uomo che ha gridato. La folla cessa di respirare. Non vola una mosca. Anche il piccolo suino abbassa la testa triangolare fra gli zoccoli bipartiti.
-    Come mi hai chiamato?
Nessuno risponde. Il silenzio cala come un velo e i curiosi tolgono le tende.
-    Tu, bifolco! Come mi hai chiamato!?
Il giovane guaritore indica sicuro un villano che con la blusa sollevata mostra le costole massacrate dal “fuoco”. Questi, lentamente fa scendere la maglia sulla ferita e si ritrae.
-    No, ma no… io… Perdonatemi Sant’Anto…
-    AH! Non mi chiamo Antonio!
-    E che, forse siete… San Gennaro?
-    AH! Ma quale Gennaro e Gennaro?! Io sono Lug.
Lug? Risponde in coro la folla d’astanti. Lug? Il mal contento si fa comune e, ai curiosi ormai lontani, si aggiunge la defezione di alcuni malati che, dopo essersi ricoperti, si allontano scalciando la polvere. Un paio di bifolchi, occhio spento e manciata di  denti tirati in bocca, scrutano stolidi il nuovo venuto che credevano essere l’Antonio nostrano e che, invece, si rivela Lug il forestiero. Chi sarà mai costui? Sembrano pensare, ammesso che lo facciano in maniera compiuta. Rimane solo la paura, a loro, o l’idea di essere frodati, truffati dal fato che gli toglie la salute, la gioventù e la buona stagione. L’inverno qui è lungo e freddo e il fuoco di Sant’Antonio non scalda punto.
-    Io sono Il dio Lug. Non un semplice santo. Da me derivano città come Lugo, Lugano e Losanna. Già i Celti mi adoravano.
-    E lu porcu allora?
Dice un ragazzino coperto di cenci.
-    Tu sei un porco e scrofa è la donna che t’ha messo al mondo! Costui che mi segue è un demone della natura, un nimal, un daemon dei più selvaggi che si conoscano. A voi pare un cinghiale o un porco, ma questo piccolo verro, che voi ora dileggiate, sarebbe in grado di devastare i vostri campi e spazzare i vostri querceti in una sola giornata.
Alcuni lattanti in braccio alle balie si mettono a piangere e la loro bocca è prontamente coperta da mani adulte. Il latte inacidisce, le fontane s’arrossano e, in cielo, nugoli d’insetti turbinano ronzando. I cani vengono scacciati a calci. La calca è sparita. Ora spira un vento freddo e umido, da nord. Uno sparuto gruppo di persone è ancora indeciso sul da farsi. Hanno le vesti alzate e le piaghe all’aria. Basta uno sguardo fra gli indecisi, per fargli decidere che quel dio pagano vale meno di un santo. Si abbassano definitivamente di vestiti, si voltano e iniziano a disperdersi.
Il giovane Lug si rivolge a loro, lancia un arcano anatema.
-    Io sono Lug, il dio degli inferi, a me dovete consacrare le tombe, per me dovete adagiare un pezzo di cinghiale sul sepolcri dei vostri congiunti. E’ la mia benevolenza che andate cercando, non altro!
-    Adoratemi, stolti, se non volete che vi precipiti negli inferi! STUPIDI BIFOLCHI! Adoratemi, come avete fatto per anni! Tutti i giorni e soprattutto il 17 del mese che ora chiamate Gennaio!
Un bambino si gira e, dal fondo della strada grida,
-    Ma che dite, quill’è la festa di Sant’Antonio, lu santu de lu purcelle!

scritto da: JangoEd alle ore 09:22 | link | commenti (3)
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giovedì, 29 giugno 2006

Letargo

L'altro giorno ero in campagna. Provincia di Asti. Abbarbicata su un crinale, c'è una casa mai finita. Si direbbe il mio buen retiro. Il posto in cui vado a schiarirmi le idee, quando, come in questo periodo, mi sembra di non venire a capo di nulla. Di rimanere in letargo. Per mesi.

Bene, arrivai in questa casa e, come puoi immaginare, faceva parecchio freddo. Dovevo fare qualcosa.

Di fianco a questa casa mai finita, c'è un capanno pieno di 25,000 vasi di plastica vuoti e altre amenità.
Mi serviva un pezzo di tubo per finire di collegare la stufa, unica fonte di calore della casa, alla canna fumaria. Ovviamente, insieme ai 25,000 vasi avevo conservato anche dei tubi per stufa. Ne ho preso un paio e li ho spostati all'esterno del capanno per scegliere quello che aveva patito meno le ingiurie del tempo e dell'acqua.

Sai il capanno in cui tengo questa roba è fatto di lamiera.

Mentre li spostavo, mi sono accorto che uno era particolarmente pesante. Ho attribuito la cosa alla terra che, sicuramente, era rimasta all'interno del tubo.

Sai il capanno non ha mica il pavimento.

Alla fine ho scelto la sezione di tubo giusta, quella meno arrugginita, e ho finito il lavoro con la stufa. Ho messo un pezzo di mandorlo per riscaldarmi e, soprattutto, perché fa un buon odore.
Qualche giorno dopo, diciamo lunedì, sono tornato davanti al capanno per prendere un vaso e ho trovato una piccola bestiola morta. Per quanto ne so, doveva essere un mustelide. Una donnola, forse. Sì, una donnola morta di freddo.

La povera bestiola, che evidentemente era in letargo all'interno del tubo, non ha sopportato il freddo esterno a cui, involontariamente, l’avevo esposta. La piccola donnola, non potendosi svegliare, è passata dal letargo al sonno eterno.

Io l'ho scambiata per terra. E dire che stava vivendo.
Un vero peccato.
Quantomeno ora so che, a restare in letargo, si rischia di essere scambiati per terra inerte.

scritto da: JangoEd alle ore 10:43 | link | commenti (6)
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mercoledì, 14 giugno 2006

Nella vecchia Fattoria

In un tempo non molto lontano, gli animali di una fattoria che conosco decisero di liberarsi del fattore e di auto gestirsi. Per facilitare le cose, si diedero delle leggi. Chiare. Giuste e comprensibili da tutte le specie animali. Facevano più o meno così:

1) Qualunque cosa cammini su due zampe è un nemico.
2) Qualunque cosa cammini su quattro zampe o abbia le ali è un amico.
3) Nessun animale deve indossare vestiti.
4) Nessun animale deve dormire in un letto.
5) Nessun animale deve bere alcol.
6) Nessun animale deve uccidere un altro animale.
7) Tutti gli animali sono uguali.

Capitò poi che un'oligarchia (così si dice) di maili, a dire il vero più biologicamente che metaforicamente simili all'uomo, decisero di cambiare lentamente queste semplici norme.
La prima a mutare fu:

4) Nessun animale deve dormire in un letto. (con le lenzuola)

A dire il vero, prima del tabù sul privilegio del letto, era caduto, in sordina, anche il divieto dei vestiti. Ma nessuno ci fece caso.

Il secondo comandamento a essere biecamente modificato fu:

5) Nessun animale deve bere alcol. (in eccesso)

Il terzo, assai grave, a cui i maiali misero zampa fu:

6) Nessun animale deve uccidere un altro animale. (senza motivo)

Poi, sempre in sordina, sul muro della fattoria su cui erano state scritte le regole della comunità comparve anche l'ultima modifica. Quella passata alla storia e che, per i posteri, ha maggior senso.

7) Tutti gli animali sono uguali. (ma alcuni sono più uguali degli altri)

Non è un caso che  Eric Arthur Blair, al secolo George Orwell,  abbia  indicato, come gravissima modifica  alle leggi costituite, l'ultima. Quella che concedeva privilegi ad una minoranza ledendo il valore fondante  dell'uguaglianza.  Ma non è  di questo che volevo parlare. Così come non vi ho tediato con la parabola della fattoria per i suoi evidenti valori allegorici che identificano "il vecchio maggiore" come Marx, Palla di neve come Trozkij,  Napoleon come Stalin e, tanto per fare  un ultimo esempio, Gondrano, il potente e ottuso cavallo da tiro, come la forza prottuvia della classe operaia.

Vi ho tediato per sottolineare (e ricordare a me stesso) che, purtroppo, quando qualcuno mette mano ad un'insieme di leggi antiche e condivise, spesso la modifica non è assimilabile ad una miglioria.

Anche noi abbiamo le nostre leggi condivise, leggermente più complesse rispetto a quelle della fattoria. Possiamo leggerle nuovamente su:

www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm

E quindi valutare se è il caso di cambiarle.

 

scritto da: JangoEd alle ore 12:50 | link | commenti (6)
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martedì, 13 giugno 2006

Meccanica di un Dobermann

Io sono vergine. Non credo agli oroscopi. Sono preciso, razionale e calcolatore. Almeno così mi dicono.

Genova. Via S. Martino. Ore 00,30 di notte. Il peggior asfalto dell’emisfero nord, Calcutta compresa. Pioggia a vento tipo spilli. Casco integrale, visiera abbassata, parabrezza completamente annaffiato. Visibilità ridotta al minimo. Lo scooter entra in curva, un raggio largo, dolce. Mi precede una city car francese. Un’utilitaria di qualche anno fa, verde bottiglia nella notte. Le gocce rifrangono i fari. L’andatura è costante e adeguata al clima. Mantengo la distanza di sicurezza per evitare tamponamenti causati da fenomeni di acquaplaning.

All’improvviso i fari dell’auto di fronte a me illuminano qualcosa di scuro. Spunta tra le macchine. Da sinistra. Tanto inatteso da non suscitare una reazione immediata nel guidatore. Io, invece, vedo. Penso di frenare.
So che il mio scooter ha freni a disco davanti, tamburo dietro e frenata integrale progressiva. Sta scritto nel libretto. Freno energicamente con la destra e dolcemente con la sinistra. Non è proprio un ABS, ma il ciclomotore regge, scoda e rallenta. La macchina davanti a me non frena e, a quaranta chilometri all’ora, urta l’oggetto che ha ingombrato la carreggiata: è un cane. Tutto nero. Focato come una Fender. L’autista lo prende in pieno, all’altezza del garrese. Solo dopo averlo preso in pieno, frena. Motore frontale e frenata improvvisa uguale ruote bloccate. L’avantreno s’abbassa. La macchina va. I coni dei fari illuminano chiaramente la strada per darmi conto della situazione. Una macchina pesa 1200 chili, un cane, dobermann maschio adulto come quello, sì e no 45. Il calcolo è presto fatto.

E’ il risultato ad essere notevole.
Il dobermann accusa il colpo con un unico semplice gemito. La carrozzeria della macchina fa rumore di rottame. Il cane viene proiettato in avanti. Tocca terra. Il pelo liscio e lucido sfrigola sull’asfalto bagnato. Cade su un fianco e striscia per alcuni metri. Poi si gira sulla schiena, in una posizione innaturale, con le zampe irte al cielo. Tese. Parallele.
E inizia a ruotare.
A mulinare come una girandola. In cerchio, lentamente. Sì. Sulla schiena. Zampe in su.
Ora, io so che, da uno scontro tra un dobermann e una Clio, non ci si può aspettare niente di buono. Le risultanti dei due vettori, con le variabili di massa, volume, peso e densità porta, inequivocabilmente, alla morte del cane. Morte che può avvenire per arresto cardiaco causato dall’urto. O per le ferite riportate al torace. O ancora per la rottura della colonna vertebrale al momento dell’impatto al suolo.
Io, invece, ho visto con questi miei occhi, il dobermann smettere di ruotare, alla fine dell’inerzia, e quindi fermarsi. Ho visto il cane piegare le zampe, rimettersi in piedi e fuggire col moncone della coda fra le gambe.
Improbabile, ma non impossibile.

Vi chiederete come sia stato possibile che il cane abbia effettuato quella traiettoria e, successivamente, sia sopravvissuto all’impatto. E’ molto probabile, infatti, che non sia sopravvissuto affatto. Io penso che sia morto. Deve essere morto in qualche posto poco più in là. Ha usato le sue ultime forze per togliersi dalla strada, in stato confusionale, e andare a morire al coperto. Di nascosto. Come le balene. Come l’ultimo morso della volpe. Penso che sia ragionevole immaginarlo morto, ma mi resta il dubbio che, quella sera, ebbi davanti al naso l’unica scintillante nota di una musica a me sconosciuta, suonata dal caso, che qualcuno chiama magia e che io, per precisione, incasellerò sotto la voce: meccanica di un dobermann.


E ora veniamo al dunque. Ho scritto questo post, tratto da una storia realmente accaduta, nel tentativo di trovare spiegazione razionale scintifica di quanto è descritto. Ci vorrebbe l'apporto di un fisico, matematico o ingegnere meccanico per il calcolo simulazione dell'impatto. Io posso fornire alcuni semplici dati. Mi date una man?

Dobermann
Il garrese (punto più alto del dorso) di un dobermann dista 68/72 cm dal suolo
Il peso di un dobermann maschio adulto sta in una forbice tra i  40/45 kilogrammi

Renault clio
Lunghezza (mm)         3.999
Larghezza (mm)        1.710
Altezza (mm)        1.420
Passo (mm)        2.350
Massa a vuoto (kg)        1.210
Serbatoio (litri)        60

scritto da: JangoEd alle ore 09:54 | link | commenti
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giovedì, 01 giugno 2006

Il maiale è Buono (da mangiare)

Già, per sentir l'odor di porco e mangiar quella cotica dentro la quale il vostro gran profeta, il Nazareno,  fece entrare il diavolo! Con voi posso comprare, posso vendere, parlare, passeggiare e via di seguito; ma mai a tavola a mangiare e bere!
William Shakespeare, Il mercante di Venezia






Premesso che tutte le religioni prevedono un rapporto simbolico tra cibo e Divino, vorrei analizzare, con la chiave proposta dall’antropologo americano Harris, i seguenti brani tratti da testi sacri delle tre maggiori religioni monoteistiche. Si tratta di tabù su cibo e animali. Il più osteggiato è, purtroppo, il maiale.

Antico Testamento
Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. 30. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne.

Nella Genesi dell’Antico Testamento troviamo un evidente quanto ignorato accenno al vegetarianesimo. Si parla come cibo di erba, seme, albero, frutta. Niente bestie. Niente maiali.

Levitico
1. Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: 2. «Riferite agli Israeliti: Questi sono gli animali che potrete mangiare fra tutte le bestie che sono sulla terra. 3. Potrete mangiare d'ogni quadrupede che ha l'unghia bipartita, divisa da una fessura, e che rumina. 4. Ma fra i ruminanti e gli animali che hanno l'unghia divisa, non mangerete i seguenti: il cammello, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, lo considererete immondo; 5. l'ìrace, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, lo considererete immondo; 6. la lepre, perché rumina, ma non ha l'unghia divisa, la considererete immonda; 7. il porco, perché ha l'unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo. 8. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri; li considererete immondi.


La semantica è evidente. Quadrupede-unghia divisa-ruminate=bene. La kasherut che se ne deduce è fin troppo chiara. Ma il tabù sul maiale, impuro per definizione, sembra un tabù privo di logica. Il suino, infatti è il più grande “trasformatore” di vegetali in carne che scorrazzi su zoccoli. Il 35% di quello che fagocita con il suo grifo rincagnato, diventa carne. Generazioni di rabbi si sono interrogati su “come” non mangiare maiale, ma non sul perché.

Il Corano 5,3
Vi sono stati vietati: la carne di bestia morta, il sangue, la carne di porco, la carne di bestia su cui è stata invocato un nome diverso da quello di Allah, la bestia soffocata o morta per precipitazione o per cornata, o quella uccisa da un predatore, a meno che, pur essendo stata dilaniata a morte da un predatore, essendo ancora viva, voi possiate scannarla (e farne uscire tutto il sangue), e carne di bestia immolata su pietra. Però se qualcuno di voi, costretto dalla fame e senza spirito di trasgressione, mangia per sopravvivere. Ebbene, in verità Allah è Perdonatore e Clementissimo.


Il divieto pare più logico e meno drastico rispetto ai dettami del Levitico e lascia uno spiraglio ai trasgressori spinti da necessità.

Il discorso di Harris è semplice: i tabù religiosi hanno sempre natura pratica. I divieti alimentari, quindi, non si sottraggono a questa logica pragmatica.

Il tabù di Mosé e Aronne nasce da un’analisi costi-benefici. Niente cammelli, perché sono i “trasporti”. Come mangiarsi uno scooter. Niente lepre. Perché? Prova a prendere una lepre a 40° gradi all’ombra e capirai questo tabù.
Sì, ma i maiali? Semplice, i maiali, per ingrassare, necessitano di una dieta simile a quella umana. Ai ruminanti come pecore, montoni e vacche, invece, bastano erba, rovi, bacche e radici. Gli Israeliti, quindi, allevando ruminanti avevano accesso a latte e carne senza dover dividere il raccolto destinato integralmente all’alimentazione umana.

Nel Corano le motivazioni igienico-sanitarie sono ancora più evidenti, benché mischiate con quelle simbolico-religiose. Non mangiare una carogna è un’ottima idea. Che sia essa predata, incornata o caduta da un dirupo, poco importa. Se la mangi (sempre considerati i 40° all’ombra) ti prendi dei vermi lunghi come un braccio.

La terza religione monoteistica, quella cristiana, è la più tollerante in fatto di cibo (e di maiali). Benché il Figliol Prodigo fosse un umile custode di porci e sempre i porci vennissero indicati come sede preferenziale della possessione demoniaca, dagli Atti degli Apostoli si deduce la fine dei tabù alimentari della Torah:

Alzati Pietro, uccidi e mangia!… Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano.

Sembra un chiaro segnale della tendenza “trasversale” di una religione che strizzava già l’occhio alla cultura romana, dominante all’epoca. Difficilmente i romani, poco avezzi alle privazioni, sarebbero diventati cristiani se la nuova dottrina gli avesse vietato prelibatezze come le salsicce, i lattonzoli e le vulve di scrofa così amate da plebe e aristocrazia.

E quindi, con grande pragmatismo, il maiale ha vinto i tabù. Ha superato i veti e convinto i romani, diventando, nei secoli, il dispenser di carne ambulante che tutti noi, oggi, amiamo. Un miliardo di sudditi all'anno per l'odierno Re della Fattoria. Sua maestà il maiale. Di cui non si butta via nulla, neanche le unghie. Bipartite o meno.

scritto da: JangoEd alle ore 12:04 | link | commenti
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mercoledì, 31 maggio 2006

Le dimensioni di un gabbiano

Sto compresso su un autobus gremito di gente. Il 33.
Pare che ognuno di noi abbia una zona personale. Un ipotetico cerchio di mezzo metro di diametro puntato sulla testa. All’interno di quel raggio, è accettabile, per l’uomo, la sola presenza di amici e famigliari.
Gli estranei non sono graditi.
Sull’autobus tutti entrano, volenti o nolenti, nelle zone private degli altri. Anche nella mia.
Violano la mia privacy. Certo che non posso girare con le braccia incrociate e stese davanti al busto per mantenere le distanze. Ma è come se lo facessi. O come se lo volessi fare. Per questo sto zitto. Per questo nessuno parla, sull’autobus.

Il cielo è grigio, mi pare, stendo il collo per superare con lo sguardo un cicciona che, con la sua mole, mi oscura la visuale. E’ grassa, patologicamente grassa, tanto che mi sorride subito. In realtà mi odia, perché sono magro. Ma di sicuro non è colpa sua. Qui c’è qualche storia di ghiandole.

L’autobus frena. Il muso si abbassa. Tutti si spostano di qualche passo in avanti. In discesa, se non altro, per l’inerzia. Qualcuno scende, il mezzo sbuffa acuto e riparte. Si ferma nuovamente. Neanche un metro. Alcuni passeggeri si lamentano, soprattutto quelli davanti, vicino al guidatore. Qualcuno inizia a borbottare a voce alta per la sosta prolungata. Tolgo le cuffie dalle orecchie e cerco il mio spazio per vedere cosa ostacoli la strada.

E’ un gabbiano. Pedona con le ali larghe, le punte radenti all’asfalto.
Queste zampe scolorite. Questa testa piccola e ottusa.
Ha nel becco qualcosa di grosso. Lo posa, emettendo un “Kiii” acutissimo. Il “qualcosa” si muove, sussulta. Si vede appena, sul grigio della strada. E’ un piccione. E’ ai minimi termini, ma si muove. Prova a scappare.
Scappa dal suo aguzzino bianco ed enorme.
L’avete mai visto, un gabbiano?  Dico da vicino?

Un gabbiano è enorme.
Mica una piccola “V” sui fogli a quadretti.

Il gabbiano si muove veloce e becca. Becca per terra, colpisce alla cieca. Con cattiveria, per un animale. Il piccione rotola e starnazza sordo, vittima del suo istinto di sopravvivenza che gli nega la possibilità di arrendersi. Arrendersi, sì, perché cosa potrebbe fare?

Un gabbiano è enorme, e forse ha anche i denti. Come le papere. Come le oche del campidoglio.

Io mi faccio largo come posso. Penso che qualcuno dovrebbe dire qualcosa. Fare qualcosa. E’ un’indecenza. Siamo già in ritardo. Il conducente suona il clacson. Niente.
Io pensavo che i gabbiani sentissero, anche se, di certo, non hanno orecchie. Invece, questo gabbiano sordo si attacca alla sua preda come un mastino infernale, insaziabile. Deve avergli fatto un gran torto per meritarsi un simile trattamento. Forse è entrato nella sua zona di rispetto. Forse ha provato a prendergli il nido. Qualcuno dovrebbe scendere e dargli un calcio. Così la smetterebbe di devastare le spoglie di quel povero piccione. Però, quanta anima ha questo piccione! Non si direbbe un animale combattivo.
Un uomo, al posto suo, sarebbe già morto.

Il brusio cresce. Il conducente impreca. Tira giù il finestrino ed esce a mezzo busto con la testa. Un grido lancinante arriva dal becco del gabbiano. Il piccione tace e rotola. Non ha braccia per sostenersi. Il collo si torce sotto il peso del proprio corpo incalzato da una mole soverchiante.
Un gabbiano è enorme.

Alcuni pedoni si avvicinano. Molti sono intimoriti, qualcuno è curioso. Le macchine incolonnate iniziano la loro sinfonia: in giù non si va, c’è il gabbiano. In su non si va, c’è l’autobus.

Adesso scendo io, penso. Adesso scendo e lo prendo a pedate. E se è malato? Magari ha l’aviaria? Ecco perché la signora, giù in strada ha un fazzoletto sulla bocca! Pazzo è pazzo, guardalo lì!

Il conducente riprova con il clacson. Questa volta usa il bitonale e mi sembra di vederle le piume bianche dell’animale che si spostano per l’onda d’urto. Fa Poti Poti come le corriere in curva. Ma qui non c’è nessuna curva. Siamo sul dritto. E il gabbiano ha quasi finito. L’autobus avanza e i freni comprimono. Sibilano quelli e cigolano le balestre. Credo che l’autista voglia avvicinarsi al gabbiano per farlo volare via. Mi pare che il piccione sia morto. No, è vivo. Sbatte un’ala. Il muso arancio dell’autobus si china e strappa mezzo metro. Gli arriva così vicino che le ali macchiate di nero sfiorano il radiatore rovente.

Non lo vorrà mica schiacciare?! Sapete che danni può fare una bestia del genere sotto un autobus? Qui sotto è pieno di roba, tipo fili. Un gabbiano è enorme.

La signora grassa inizia a sudare. Ha una voce alta, da lirica. Suda sulle labbra. Ha delle goccioline, sulle labbra. Di sudore. E i suoi denti sono piccoli e uguali. Tutti canini.

Finalmente si alza in volo. Lento, lentissimo. Le ossa vuote, come la balsa. Il gabbiano ondeggia di fronte a noi. Secondi interminabili, di vero silenzio. Ha il collo sporco e gli occhi piccoli. Cattivi. Le ali coprono il parabrezza. Quello che resta del piccione è a terra. E’ cosa morta.
Qualcuno dice: vai, vai. I freni lasciano la presa e l’autobus riparte in discesa. La ruota gira lentamente e passa su quello che una volta era stato un piccione. Lo schiaccia fino a farlo entrare nella scalfittura del pneumatico. Del carnefice nessuna traccia.

Io dico che è un bene che se ne sia andato da solo. Un gabbiano è davvero enorme.
Anche per me.

scritto da: JangoEd alle ore 10:38 | link | commenti
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Sua maestà il porco!

GOLA e GUANCIALE
Sono la parte di grasso che va dalla testa alla spalla. Vengono utilizzati come componente grassa per la produzione del salame secondo percentuali che variano dal 20% al 22% e, siccome tengono bene la cottura, vengono spesso utilizzati per la preparazione di cotechino e zampone.

scritto da: JangoEd alle ore 09:50 | link | commenti
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martedì, 30 maggio 2006

Wanted

Sicuramente non vi sarà sfuggita la notizia del plantigrado di tre anni, proveniente dall’Italia che, da qualche giorno, è sconfinato prima in Austria e poi in Germania, creando problemi agli allevatori locali.

Si tratta di un individuo della nostra Fattoria. Il suo nome è Bruno Sarkissian e, a discapito della presunta natalità Italiana, è Lituano.

Il plantigrado, abituato all’assenza di confini che godeva all’interno della Fattoria Tourette, ha attraversato l'Austria ed è arrivato in Germania dove ha ucciso diverse pecore e alcuni polli. Cattivo. Molto cattivo. Giornale?!

"L'orso è diventato un problema - ha detto Werner Schnappauf, ministro regionale per l'ambiente di Monaco di Baviera - e ormai è evidente che è uscito da qualsiasi comportamento prevedibile".

Comportamento non prevedibile. Come se fosse facile fargli capire qualcosa!

Come Fattore, spezzo una lancia per il mio Bruno. Vorrei, infatti, riportare l’attenzione dei media sul fatto che il Signor Sarkissian, allevato presso la Fattoria Tourette, altro peccato non abbia commesso, se non applicare quanto imparato presso la Fattoria stessa che, per sua costituzione, non ha né recinto, né steccato. E’ difficile, quindi, immaginare che capisca concetti come “frontiera”, “stato”, “amministrazione”, fino all’assurda sfumatura tra l’idioma Austriaco e quello Tedesco.
 
Per questa mancanza, indubbiamente grave, tutti gli esperti tedeschi e austriaci hanno consigliato di dare il via libera all'abbattimento dell'animale.

Sono convinto che sia esclusa la possibilità di catturarlo.

Per fortuna alcuni ambientalisti mi appoggiano e insorgono, invitando le istituzioni ad attuare, quantomeno, procedure standard per l’immigrazione clandestina. Consigliano l’applicazione di misure di ricondizionamento e, in caso, d’insubordinazione e resistenza all’arresto, l’uso di pallottole di gomma. Se questo metodo non dovesse funzionare, il passo successivo sarebbe quello di catturarlo, mettergli un radiocollare per seguirlo e, solo in ultima misura, quello di abbatterlo.

L’Austria taglia corto e, restia ad accettare l’insulto alla proprietà privata messo in atto dal plantigrado straccione, ha nominato, come responsabile operativo, il redivivo conte di Radetz, feldmaresciallo Radetzky.

Pare invece che, per l’esperienza del territorio italiano, la Germania abbia riesumato il cadavere del generale Bava Beccaris. Per la sua famosa freddezza, sembra l’uomo adatto a questa missione. Voci di corridoio che, mi lasciano esterrefatto, dicono che, molto probabilmente, cannoneggerà il tumultuoso plantigrado.

Io insorgo, in difesa dell’orso, che non è violento e periferico, ma manca solo di consapevolezza.

Rinsavite! L’orso è buono e, contrariamente a quanto vuole il luogo comune, incline al viaggio e alla scoperta.

So già che la mia battaglia è persa e che la fine di Bruno è segnata dalle istituzioni o da qualche bracconiere spaccone che brinderà alla sua testa in un bar della bassa Baviera.

Ma se non posso averlo vivo e libero, è meglio che muoia nei boschi austriaci, a cavallo con i monti di Bolzano. Spero che non lo rimpatrino in catene, così che io possa ancora covare la speranza di vederlo cadere lì e tornare alla Terra. La sua Terra bruna e grassa, che non ha confini, che non ha nazioni. Non riportatelo in Italia, ve ne prego, perché quella terra non si trova nei nostri CPT per stranieri.

scritto da: JangoEd alle ore 11:38 | link | commenti
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lunedì, 29 maggio 2006

Il Porco e morto! Evviva il Porco!

Il Re della fattoria è morto, o meglio l'abbiamo ammazzato e quindi è festa.
E' festa per tutto il paese, perché, si sa, del maiale non si butta niente.

TESTA
Generalmente suddivisa in tre parti (magro, ossa e grasso) viene utilizzata in parte per la consumazione umana ed in parte per la produzione di farine proteiche per uso zootecnico. Neppure le orecchie e lingua vengono buttate.

scritto da: JangoEd alle ore 10:31 | link | commenti
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Nome: Edoardo Cavazzuti

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